Credo che tutti conosciamo la storia di San Biagio, vescovo e medico armeno del IV secolo, venerato come santo e protettore della gola. La tradizione ci racconta di quel gesto semplice e decisivo con cui salvò un bambino dal soffocamento causato da una lisca di pesce. Da allora il suo nome è diventato una preghiera sussurrata quando la voce manca, quando il respiro si fa corto, quando la fragilità chiede aiuto.
Attorno a lui sono nate usanze, segni, riti: la benedizione della gola con i ceri, il cibo condiviso, le caramelle, la frutta benedetta. Gesti piccoli, ma carichi di memoria, di fede, di appartenenza.
Fin da bambino ho sempre atteso questa festa. Era la festa di tutto il paese. Il suono delle campane, con quella melodia inconfondibile, sembrava chiamare tutti per nome. Vedere i pellegrini incamminarsi verso quella chiesetta aveva il sapore di qualcosa di grande, di importante, anche se allora forse non ne comprendevo fino in fondo il significato. E dentro di me nasceva una domanda: che cosa vuol dire, per la comunità cristiana di Grumolo, celebrare il suo santo patrono?
A distanza di molti anni, ora che sono prete, quella domanda non mi ha abbandonato. Anzi, si è fatta più profonda, più esigente. Perché celebrare San Biagio non può ridursi a un gesto automatico o, peggio, a una forma di scaramanzia: ricevo la benedizione alla gola, benedico qualcosa da mangiare e poi tutto resta come prima. La fede non funziona così.
Celebrare San Biagio significa osare una domanda più vera e più radicale: di che cosa ho davvero bisogno di essere guarito? Non solo la gola, ma il cuore. Non solo la voce, ma le parole che pronuncio. Non solo il corpo, ma l’anima. Significa riconoscere ciò che ci soffoca dentro, ciò che ci toglie respiro, ciò che ci impedisce di vivere pienamente il Vangelo.
Chiedere l’intercessione di San Biagio diventa allora chiedere la grazia di una conversione, di una guarigione interiore, di un cambiamento che restituisca respiro alla nostra vita cristiana. Diventa il desiderio di lasciarci toccare in profondità dal Signore, perché trasformi le nostre fragilità in luoghi di incontro con Lui.
Forse è questo il dono più grande di questa festa: ricordarci che Dio non si accontenta di sfiorarci, ma desidera salvarci fino in fondo. Che non si limita a proteggere una parte di noi, ma vuole raggiungere tutta la nostra persona. E che ogni vera benedizione non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un cammino nuovo.
don Giovanni Casalin